Tunisia e Marocco hanno sottoscritto ieri una serie di accordi multilaterali, elaborati sotto l'egida dell'Ocse, in campi come l'integrita' del settore privato, l'investimento internazionale e la crescita verde. Lo rende noto l'organizzazione parigina in una nota.
In particolare, la Tunisia ha sottoscritto la dichiarazione sull'investimento internazionale e le imprese multinazionali; la dichiarazione su proprieta', integrita', trasparenza nella condotta di business e finanza internazionale; la dichiarazione Ocse sulla crescita verde. Il Paese ha inoltre espresso formalmente il suo interesse per entrare a far parte del Centro per lo sviluppo dell'Ocse, che da 50 anni lavora per stimolare uno sviluppo armonico e sostenibile, facendo collaborare Paesi occidentali e aree emergenti e promuovendo soluzioni innovative a squilibri, poverta' e sottosviluppo.
Il Marocco, invece, ha aderito alla seconda e terza dichiarazione citate, essendo gia', insieme all'Egitto, aderente a quella sugli investimenti internazionali.
L'Ocse, ricorda la nota, ''lavora da quasi un decennio con i Paesi della regione del Medio Oriente e Nordafrica su investimenti, governance, educazione e altri temi di politica economica e riforme''. Questo programma ''e' complementare allo sforzo globale, che include il Partenariato di Deauville, per raccogliere supporto alla trasformazione in corso nell'area''.
In particolare, la Tunisia ha sottoscritto la dichiarazione sull'investimento internazionale e le imprese multinazionali; la dichiarazione su proprieta', integrita', trasparenza nella condotta di business e finanza internazionale; la dichiarazione Ocse sulla crescita verde. Il Paese ha inoltre espresso formalmente il suo interesse per entrare a far parte del Centro per lo sviluppo dell'Ocse, che da 50 anni lavora per stimolare uno sviluppo armonico e sostenibile, facendo collaborare Paesi occidentali e aree emergenti e promuovendo soluzioni innovative a squilibri, poverta' e sottosviluppo.
Il Marocco, invece, ha aderito alla seconda e terza dichiarazione citate, essendo gia', insieme all'Egitto, aderente a quella sugli investimenti internazionali.
L'Ocse, ricorda la nota, ''lavora da quasi un decennio con i Paesi della regione del Medio Oriente e Nordafrica su investimenti, governance, educazione e altri temi di politica economica e riforme''. Questo programma ''e' complementare allo sforzo globale, che include il Partenariato di Deauville, per raccogliere supporto alla trasformazione in corso nell'area''.
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| giovedì 24 maggio 2012
Nouakchott, 21 mag - Abdallah al-Senoussi, ex colonna del regime libico di Muammar Gheddafi arrestato a marzo in Mauritania, e' stato accusato di ''falsificazione di documenti di viaggio'' e ingresso illegale nel paese.
Senoussi, ex capo dei servizi segreti libici, restera' in carcere, in una cella speciale, in attesa del processo.
Entrato in Mauritania con un falso passaporto maliano e sotto falsa identita', Abdallah al-Senoussi e' stato arrestato nella notte fra il 16 e il 17 marzo all'aeroporto di Nouakchott, proveniente da Casablanca, in Marocco. La Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti nel giugno del 2011.
Senoussi, ex capo dei servizi segreti libici, restera' in carcere, in una cella speciale, in attesa del processo.
Entrato in Mauritania con un falso passaporto maliano e sotto falsa identita', Abdallah al-Senoussi e' stato arrestato nella notte fra il 16 e il 17 marzo all'aeroporto di Nouakchott, proveniente da Casablanca, in Marocco. La Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti nel giugno del 2011.
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| lunedì 21 maggio 2012
Era il 17 dicembre 2010. Di fronte all’ufficio del Governatore di Sidi Bouzid, in Tunisia, il ventiseienne Mohamed Bouazizi si dava fuoco in segno di protesta contro le condizioni economiche del suo Paese e i ripetuti maltrattamenti subiti dalla polizia. Fu la scintilla che accese le rivolte arabe, il tentativo di alcune popolazioni del Maghreb e del nord Africa di emanciparsi dalle proprie dittature, da decenni al potere. Una rivolta intergenerazionale, animata principalmente da giovani che chiedevano maggior libertà di espressione e condizioni di vita migliori. A distanza di più d’un anno e mezzo, è tempo di un primo bilancio.
Per Fiamma Nirenstein, deputata Pdl e vice-presidente della Commissione esteri della Camera, il bilancio purtroppo è negativo. “Passata l’esaltazione iniziale e il fascino di una spinta popolare e giovanile contro l’insopportabile oppressione di crudeli dittatori”, dice Fiamma Nirenstein a L’Occidentale, “abbiamo visto che quel che si profila all’orizzonte è una specie di internazionale sunnita integralista islamica, guidata dai Fratelli Musulmani”. Una lettura fondata.
In Tunisia si è avuto il processo di transizione più immediato. Dalla cacciata del dittatore Ben Alì il 14 Gennaio 2011, si è passati alle elezioni di Ottobre, nelle quali si è assisto all’ascesa al potere del partito musulmano moderato Ennahdha. Non è stato un cambiamento positivo: le tensioni restano alte, tra la forte disoccupazione e le difficoltà economiche, acuite ancora di più a seguito dello scarso afflusso di turisti post-rivolta.
E ancora l’Egitto. Dopo la cacciata di Mubarak, per trent’anni incontrastato ‘faraone’ del paese, i Fratelli musulmani e i partiti salafiti hanno inanellato una vittoria politica dopo l’altra, con le elezioni presidenziali che dovrebbero svolgersi tra il 24 e il 25 Maggio che s’annunciano come l’ennesima conferma del fronte islamista.
Tra i candidati con maggiori probabilità di vittoria delle elezioni figurano Amr Mussa, ex-leader della Lega Araba noto per aver criticato aspramente le politiche statunitensi e israeliane, Abdel Aboul-Fotouh, ex-dirigente dei Fratelli Musulmani, e Mohammad Morsy (Libertà e Giustizia), il quale ha più volte espresso l’opinione per cui la futura legislazione dell’Egitto dovrebbe fondarsi sulla religione islamica.
Come dimenticare la Libia. La nazione guidata dall’ex-dittatore Muammar Gheddafi è stata senza dubbio la più provata dalle conseguenze delle rivolte arabe. Dopo l’intervento Nato a sostegno dei ribelli di Bengasi, si è arrivati alla situazione attuale, con il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che sta traghettando il paese verso le elezioni del 19 giugno prossimo, senza avere ancora il controllo totale della regione. Diverse aree della Libia sono ancora sotto l’egida di fazioni armate di varia provenienza.
Infine la più drammatica delle rivolte: la guerra civile in Siria, che il sanguinario Bashar al-Assad continua a reprimere nel sangue, con quasi dieci mila morti secondo le stime dell’Onu. A nulla ha portato l’accettazione (presunta) da parte del regime di Damasco della proposta di cessate il fuoco, mossa dall’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba Kofi Annan.
La guerra tra l’esercito regolare e la Free Syrian Army continua, e il dittatore Assad resta al suo posto, appoggiato politicamente e militarmente dall’Iran, potenza pre-nucleare, guidata da un presidente estremista come Mahmud Ahmadinejād.
Un quadro politico non roseo, quello nordafricano e mediorientale, di fronte al quale l’Europa spesso tentenna, piegata com’è sui propri drammi interni.
Per riflettere sul ruolo delle nazioni europee di fronte al nuovo Medioriente disegnato dalle rivolte arabe, così come dei pericoli legati al nucleare iraniano e del ruolo europeo di fronte all’islamismo politico che più si è avvantaggiato degli sconvolgimenti dell’ultimo anno e mezzo, se ne discuterà, il prossimo 15 Maggio, nella conferenza organizzata a Roma dal Congresso Ebraico Mondiale (il World Jewish Congress, WJC), l’International council of Jewish Parlamentarians e da Summit, il think tank animato proprio da Fiamma Nirenstein.
Per la deputata Pdl, “la conferenza cercherà di fare il punto sul ruolo dell’Europa di fronte ai problemi legati al Medio Oriente: dalla gestione delle primavere arabe all’Iran, in un momento in cui vive una crisi profonda, di eredità ed economica”.
In particolare Fiamma Nirenstein vede nell’Iran un grande punto interrogativo. Il fallimento dei colloqui di Unione Europea e Stati Uniti con un regime “che ha come suo punto prioritario quello della produzione di energia atomica a scopi bellici, in particolare orientata alla distruzione di Israele” dovrebbe destare grande preoccupazione in un’Europa troppo spesso ancorata alle proprie questioni interne. “Cosa sta facendo l’Europa di fronte a tutto questo?” – si chiede la Nirenstein, la quale continua – “C’è speranza che questi colloqui portino a un risultato oppure l’unica opzione sono le sanzioni o la distruzione delle strutture nucleari iraniane?”.
Molto interesse a questo incontro è stato espresso anche dal Governo italiano. Per l’occasione, il premier Mario Monti riceverà a Palazzo Chigi il presidente del WJC, Ronald Lauder, la stessa deputata Fiamma Nirenstein in veste di presidente dell’ICJP e il segretario generale del WJC Dan Diker. Nel corso della giornata, verranno anche ricevuti dal ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Una buona occasione per il Governo di un paese come l’Italia, troppo spesso preso a guardarsi l’ombelico, ancor di più in mezzo a un periodo di recessione, per ricevere pareri autorevoli e analisi approfondite su quel che accade fuori dai nostri confini.
Di Matteo Lapenna
Per Fiamma Nirenstein, deputata Pdl e vice-presidente della Commissione esteri della Camera, il bilancio purtroppo è negativo. “Passata l’esaltazione iniziale e il fascino di una spinta popolare e giovanile contro l’insopportabile oppressione di crudeli dittatori”, dice Fiamma Nirenstein a L’Occidentale, “abbiamo visto che quel che si profila all’orizzonte è una specie di internazionale sunnita integralista islamica, guidata dai Fratelli Musulmani”. Una lettura fondata.
In Tunisia si è avuto il processo di transizione più immediato. Dalla cacciata del dittatore Ben Alì il 14 Gennaio 2011, si è passati alle elezioni di Ottobre, nelle quali si è assisto all’ascesa al potere del partito musulmano moderato Ennahdha. Non è stato un cambiamento positivo: le tensioni restano alte, tra la forte disoccupazione e le difficoltà economiche, acuite ancora di più a seguito dello scarso afflusso di turisti post-rivolta.
E ancora l’Egitto. Dopo la cacciata di Mubarak, per trent’anni incontrastato ‘faraone’ del paese, i Fratelli musulmani e i partiti salafiti hanno inanellato una vittoria politica dopo l’altra, con le elezioni presidenziali che dovrebbero svolgersi tra il 24 e il 25 Maggio che s’annunciano come l’ennesima conferma del fronte islamista.
Tra i candidati con maggiori probabilità di vittoria delle elezioni figurano Amr Mussa, ex-leader della Lega Araba noto per aver criticato aspramente le politiche statunitensi e israeliane, Abdel Aboul-Fotouh, ex-dirigente dei Fratelli Musulmani, e Mohammad Morsy (Libertà e Giustizia), il quale ha più volte espresso l’opinione per cui la futura legislazione dell’Egitto dovrebbe fondarsi sulla religione islamica.
Come dimenticare la Libia. La nazione guidata dall’ex-dittatore Muammar Gheddafi è stata senza dubbio la più provata dalle conseguenze delle rivolte arabe. Dopo l’intervento Nato a sostegno dei ribelli di Bengasi, si è arrivati alla situazione attuale, con il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che sta traghettando il paese verso le elezioni del 19 giugno prossimo, senza avere ancora il controllo totale della regione. Diverse aree della Libia sono ancora sotto l’egida di fazioni armate di varia provenienza.
Infine la più drammatica delle rivolte: la guerra civile in Siria, che il sanguinario Bashar al-Assad continua a reprimere nel sangue, con quasi dieci mila morti secondo le stime dell’Onu. A nulla ha portato l’accettazione (presunta) da parte del regime di Damasco della proposta di cessate il fuoco, mossa dall’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba Kofi Annan.
La guerra tra l’esercito regolare e la Free Syrian Army continua, e il dittatore Assad resta al suo posto, appoggiato politicamente e militarmente dall’Iran, potenza pre-nucleare, guidata da un presidente estremista come Mahmud Ahmadinejād.
Un quadro politico non roseo, quello nordafricano e mediorientale, di fronte al quale l’Europa spesso tentenna, piegata com’è sui propri drammi interni.
Per riflettere sul ruolo delle nazioni europee di fronte al nuovo Medioriente disegnato dalle rivolte arabe, così come dei pericoli legati al nucleare iraniano e del ruolo europeo di fronte all’islamismo politico che più si è avvantaggiato degli sconvolgimenti dell’ultimo anno e mezzo, se ne discuterà, il prossimo 15 Maggio, nella conferenza organizzata a Roma dal Congresso Ebraico Mondiale (il World Jewish Congress, WJC), l’International council of Jewish Parlamentarians e da Summit, il think tank animato proprio da Fiamma Nirenstein.
Per la deputata Pdl, “la conferenza cercherà di fare il punto sul ruolo dell’Europa di fronte ai problemi legati al Medio Oriente: dalla gestione delle primavere arabe all’Iran, in un momento in cui vive una crisi profonda, di eredità ed economica”.
In particolare Fiamma Nirenstein vede nell’Iran un grande punto interrogativo. Il fallimento dei colloqui di Unione Europea e Stati Uniti con un regime “che ha come suo punto prioritario quello della produzione di energia atomica a scopi bellici, in particolare orientata alla distruzione di Israele” dovrebbe destare grande preoccupazione in un’Europa troppo spesso ancorata alle proprie questioni interne. “Cosa sta facendo l’Europa di fronte a tutto questo?” – si chiede la Nirenstein, la quale continua – “C’è speranza che questi colloqui portino a un risultato oppure l’unica opzione sono le sanzioni o la distruzione delle strutture nucleari iraniane?”.
Molto interesse a questo incontro è stato espresso anche dal Governo italiano. Per l’occasione, il premier Mario Monti riceverà a Palazzo Chigi il presidente del WJC, Ronald Lauder, la stessa deputata Fiamma Nirenstein in veste di presidente dell’ICJP e il segretario generale del WJC Dan Diker. Nel corso della giornata, verranno anche ricevuti dal ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Una buona occasione per il Governo di un paese come l’Italia, troppo spesso preso a guardarsi l’ombelico, ancor di più in mezzo a un periodo di recessione, per ricevere pareri autorevoli e analisi approfondite su quel che accade fuori dai nostri confini.
Di Matteo Lapenna
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| venerdì 11 maggio 2012
DUBAI - Protagonisti della storia di copertina che ha segnato il debutto, le elezioni francesi e la sconfitta del presidente Nicolas Sarkozy.
Il nuovo canale, joint venture tra l'Abu Dhabi Media Investment Corporation (Admic), societa' privata di investimenti dello sceicco Mansour bin Zayed, e della British Sky Broadcasting (BskyB),si propone, nelle parole del presidente Sultan Al Ahmad Jaber, come ''la risposta per una copertura giornalistica indipendente e di alta caratura'' che diventera' ''un'icona per l'obittivita' delle notizie''.
Gli fa eco il direttore del network, Nart Buran, che si dice ''convinto che porremo una pietra miliare nel modo di fare giornalismo nel mondo arabo''.
Con oltre 12 bureau internazionali e 400 giornalisti e producer, il satellite, con base ad Abu Dhabi, entra in diretta concorrenza con altri due colossi del giornalismo televisivo della regione: Al Jazira ed Al Arabiya.
Al Arabiya, della saudita Mbc con direzione a Dubai, ha la sua roccaforte di pubblico nei paesi del Golfo, soprattutto Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita, mentre l'emittente qatariota ha un audience piu' diffusa nel Maghreb, soprattutto in Marocco, rivelano i dati dell'ultimo Arab Media Outlook.
Alle due storiche emittenti, si ggiungera' inoltre Alarab, ennesimo canale news 24-ore-su-24 voluto dal principe e magnate saudita Al Walid bin Talal, la cui messa in onda e' prevista dal Bahrein entro la fine dell'anno.
Su piu' larga scala Sky News Arabia, che trasmette via cavo e via satellite, entra nel panorama delle altre 538 emittenti gratuite gia' disponibili agli utenti di lingua araba della regione Mena.
Una concorrenza, soprattutto quella specifica delle breaking-news - metodo e filosofia dei canali all-news - che si preannuncia dura.
I commenti degli analisti di comunicazione, che gia' stamani affollano le pagine di giornali, avvertono che Sky News Arabia, che ambiziosamente si definisce ''fast and first'' (rapida e prima), e' destinata a ''sicuro fallimento se si presentera' come un ulteriore canale di notizie senza trovare una specifica identita' per un determinato pubblico''.
Il nuovo canale, joint venture tra l'Abu Dhabi Media Investment Corporation (Admic), societa' privata di investimenti dello sceicco Mansour bin Zayed, e della British Sky Broadcasting (BskyB),si propone, nelle parole del presidente Sultan Al Ahmad Jaber, come ''la risposta per una copertura giornalistica indipendente e di alta caratura'' che diventera' ''un'icona per l'obittivita' delle notizie''.
Gli fa eco il direttore del network, Nart Buran, che si dice ''convinto che porremo una pietra miliare nel modo di fare giornalismo nel mondo arabo''.
Con oltre 12 bureau internazionali e 400 giornalisti e producer, il satellite, con base ad Abu Dhabi, entra in diretta concorrenza con altri due colossi del giornalismo televisivo della regione: Al Jazira ed Al Arabiya.
Al Arabiya, della saudita Mbc con direzione a Dubai, ha la sua roccaforte di pubblico nei paesi del Golfo, soprattutto Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita, mentre l'emittente qatariota ha un audience piu' diffusa nel Maghreb, soprattutto in Marocco, rivelano i dati dell'ultimo Arab Media Outlook.
Alle due storiche emittenti, si ggiungera' inoltre Alarab, ennesimo canale news 24-ore-su-24 voluto dal principe e magnate saudita Al Walid bin Talal, la cui messa in onda e' prevista dal Bahrein entro la fine dell'anno.
Su piu' larga scala Sky News Arabia, che trasmette via cavo e via satellite, entra nel panorama delle altre 538 emittenti gratuite gia' disponibili agli utenti di lingua araba della regione Mena.
Una concorrenza, soprattutto quella specifica delle breaking-news - metodo e filosofia dei canali all-news - che si preannuncia dura.
I commenti degli analisti di comunicazione, che gia' stamani affollano le pagine di giornali, avvertono che Sky News Arabia, che ambiziosamente si definisce ''fast and first'' (rapida e prima), e' destinata a ''sicuro fallimento se si presentera' come un ulteriore canale di notizie senza trovare una specifica identita' per un determinato pubblico''.
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| martedì 8 maggio 2012



